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Tiozzi Giorgio
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Il Borgo Marina inizia dove finiscono i Magazzini del sale, costeggiando il lato sud del Porto- canale di Cervia andando verso il mare. Maestosa sorge la torre San Michele, sino a pochi anni fa prestigiosa biblioteca della città. In passato era caserma della Guardia di Finanza, che vi soggiornava a custodia delle saline dell'entroterra cervese. La torre essendo di notevole altezza anticamente serviva anche quale osservatorio per eventuali scorribande di pirati provenienti dal mare.
Dopo la caserma detta di Finanza c'era uno spiazzo dove noi ragazzini solevamo giocare a palline e ad altri svariati giochi
Il gioco di maggior attrazione era quello della lippa, che assomoglia in un certo qual modo al baseball americano: un pezzettino di legno a due punte viene colpito da terra su una punta da un bastone, indi sollevato e battuto viene scaraventato il più lontano possibile. Ricordo che i più bravi con un colpo raggoungevano la torre.
A sud dello spiazzo c'era la rete dell'orto dei Ghetti, che tante volte veniva oltrepassata da noi ragazzini per rubare i frutti.
Nella prima casa all'inizio del Borgo abitava la famiglia della Cristina e Gigin Penso, dove tuttora sorge una casa che assomiglia vagamente ad un'isola in un mare di cemento e bitume,
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A muri attaccati vi era la seconda famiglia della Zulima, anch'essa dei Penso, personaggio che io consideravo sobrio e di notevole prestigio.
Non aveva figli, ma viveva con due nipotine e non era avvezza a comunicare con le altre donne della borgata. A seguire, sempre a muri attaccati vi era un'altra famiglia Penso, che io ricordo col nodo in gola perchè fu completamente distrutta durante il.primo bombardamento. La moglie si chiamava Marta ed uno dei suoi figli, di nome Pipetto, era una macchietta sia come personaggio che come simpatia. Poi veniva la casa della mia famiglia, i Tiozzi, in cui io sono nato.
Tanti erano e sono i Tiozzi e i Penso, che facevano.parte della comunità del Borgo e che
In parte sono stati tra i fondatori di quello che ancora oggi è il Borgo Marina di Cervia.
Le nostre origini partono da cittadine venete e dell'area del delta del Po, quali Chioggia, Contarina, Goro, ecc. Verso l'inizio dell'Ottocento gruppi di pescatori con le loro famiglie, caricando sui loro bragozzi i loro miseri averi raggiunsero dapprima il porto di Cesenatico. Buona parte di loro non vi rimase, poichè il porto era allora prettamente commerciale e vennero a Cervia, luogo assolutamente indisturbato e quindi adatto per farne una nuova patria. |
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I miei ricordi partono dall'adolescenza e arrivano alla seconda guerra mondiale, quando una bomba cadde sulla mia casa e distrusse i muri che videro i miei natali. La mia famiglia, per allora, era in discrete condizioni finanziarie. Mio padre aveva una barca sua, ed era uno che non si tirava indietro anche se minacciavano temporali; lui rischiava pur di fare una buona pesca . Mia madre proveniva da una famiglia di salinari e durante l'estate si arrangiava come cuoca presso ricche famiglie e faceva in modo che non mancasse niente ai nostri bisogni.
In quei tempi il nostro Borgo era considerato ai margini della vita sociale cittadina.
Nella casa adiacente alla mia, sempre a muri attaccati, abitavano diverse famiglie: Ranzato, Penso, Guidotti, Lunardini, Modanesi e la famiglia Mazzanti.
I coniugi Mazzanti erano sarti e il marito Poldo, sempre ilare, soleva rimproverare la moglie di aver dato alla luce tre figli non proprio fortunati nel contrarre i loro matrimoni, dicendo che il figlio aveva sposato una pastora senza pecore, la figlia un barbiere senza rasoio e la terza figlia un pescatore senza barca.
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Nell'abitato successivo c'era il forno, con il suo.profumo di pane appena sfornato che inondava tutta la borgata. Durante l'estate, talvolta io aspettavo che la donnetta uscisse dal forno e piazzasse la zucca su una carriola munita di asse da bucato e a tal vista correvo di sopra da mia madre perchè mi desse una monetina. Più avanti c'era un piccolo campo e dietro il forno c'erano le famiglie Bonaldo e Zannini. Dopo il campo c'era l'abitato di altri Zannini e di Annita Ricci con la bottega degli alimentari.
Nuovamente a muri attaccati c'era la famiglia Modanesi, poi i Bellini e quindi i Ranzato. Seguiva un androne e nel cortile dell'osteria " dalla Monica" della famiglia Lucchi, che con il vino entrato e bevuto avrebbe potuto benissimo diventare un ruscello e le sbornie con litigi erano il sale della comunità del Borgo. Alcuni dei più assidui frequentatori, naturalmente nei giorni in cui non si andava a pescare erano Primo Padoan e Tamlech, genero della Monica e fondatore dell'Osteria dell'Orto, prestigioso locale di cucina marinara |
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Il Borgo proseguiva con i Piraccini e con i locali dei Bellini, ferramenta e legnami. Seguiva la casa dei Foli, in cui vivevano 2 famiglie, una di bravi pescatori, l'altra che svolgeva un'attività singolare. Sulla riva del Canale, di fronte a casa loro, avevano un grosso tino che riempivano d'acqua. Pescavano dove capitava avanotti di cefali li immergevano nel tino; poi venivano quelli delle Valli di Comacchio per trasportarli nei loro lidi. Dopo i Foli v'era la falegnameria di Guerrini, poi un orto fino al viale Volturno. Nell'angolo c'era Lucchi il pescivendolo. poi sempre verso il mare, le abitazioni delle famiglie Medri, poi ancora i Bonaldo e qui ricordo con piacere e simpatia il grosso vocione della" Luciona" Bonaldo
Venivano ancora i muri della bottega dei Penso, detto " Garganel ", fornitore di alimentari e oggetti vari di necessità commestibile e necessari per la barca quando c'era da stare parecchi giorni in mare.
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Di fianco risiedevano i Casanova con la bottega di sali e tabacchi. Racconterò un particolare di uno dei Casanova, Oreste, il quale iniziando con della sabbia ha fatto fortuna ed è riuscito a costruire uno degli alberghi più belli di Milano Marittima, cioè il Miami. L' Oreste aveva una battana a fondo piatto, solitamente durante l'inverno, nei momenti di mare calmo, usciva a remi, costeggiando la riva andava a nord fino alle foci del Savio e del Bevano, poi la riempiva di sabbia, ritornava e la depositava sulla riva opposta a casa sua, facendone un grosso mucchio. Successivamente, quando aveva raggiunto una quantità notevole, arrivava un grosso camion del Monopolio di Stato che trasportava la sabbia nei propri cantieri per la produzione delle scatole dei fiammiferi da cucina.
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Dopo i Casanova venivano i Bertoni, i Cecchini, i Penso, poi i Rinaldini pescivendoli molto apprezzati perchè non erano di quelli che tiravano troppo sul prezzo con noi poveri pescatori poi ancora Penso, indi lo squero luogo di restauro delle barche.
Venivano.poi le case dei Padoan e dei Bellucci, quondi la bottega della falegnameria Sartini-DeCesari per la manutenzione delle barche. Nell'angolo con il viale Marco Polo c'erano i Ravagnan. Sul lato a seguire verso il mare vi era il grosso fabbricato degli Aleotti, dopo il quale iniziava il viale C.Colombo. per ultima, alla fine del Borgo, vi era, l'abitazione dei Padoan, nella cui famiglia c'era il mio zio acquisito " Primo" ucciso da tedeschi nel 1944 durante la Liberazione.
Sull'altro lato della strada di fronte ai Casanova, vicino al canale, c'era un edificio aperto, che serviva,quale mercato del pesce. A seguire verso il mare c'erano le abitazioni degli Evangelisti, dei Padoan e dei Beltrami.
Un figlio degli Evangelisti, Armando, assieme a Bonaldo Tommaso e Bertoni Ives fu ucciso dai tedeschi durante la guerra ed il Municipio di Cervia dedicò tre strade cittadine alla loro memoria. Poi c'era ancora una borgatina comprendente i Taddei, i Penso, i Fioravanti, i Girometti, i Sarti, i Guidi, i Sartini, i Soprani e i Lunardini.
Le mie memorie sui nomi delle borgate si fermano qu |
| Ricordi d'ínfanzia di Tiozzi Giorgio |
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Finite le elementari e passata l'estate, decisi che avrei fatto il.pescatore, con grande assenso di mio padre, il quale vedeva la continuità della stripe nel lavoro sul mare. Mia madre invece era combattuta fra il piacere di vedere un aiuto al proprio marito e la preoccupazione di vedere un figlio avviarsi a un mestiere che non era di suo gradimento, essendo figlia di salinari, i quali avevano nell'animo di considerare il.pescatore un lavoro non proprio ottimale.
In autunno iniziai quello che per sette lunghi anni rappresentò per me poche gioie e molte fatiche. L'autunno nel nostro tratto di mare è il periodo più pescoso, è il momento della crescita di numerosi tipi di pesce, quali la triglia, il calamaretto, le canocchie, le seppioline e altri. Perciò la flottiglia cervese e di un ampio tratto di costa, a partire da S. Benedetto del Tronto fino a Chioggia, andava a pescare nel tratto di mare a nord di Porto Corsini fino a Porto Garibaldi. Centinaia di barche di ogni tipo e dimensione, con o senza motore razzolavano e alla sera si portava il pescato solitamente abbondante al mercato di Porto Corsini, a quei tempi considerato il più importante di tutto l'Adriatico.
Mio padre ed io avevamo una piccola barca da pesca di tipo Lancia. Di sera dopo la pesca giornaliera,venivano i momenti più gioiosi perchè si avevano contatti e a volte litigi con ragazzi di altri lidi. Erano insomma giorni colorati.
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Passato l'autunno molti natanti, specie quelli da Cesenatico in giù, tornavano a pescare nei tratti di mare vicini alla loro zona e rimanevamo tutti noi cervesi e qualche chioggiotto. Poi durante l'inverno, pure loro scomparivano assieme ad altre grosse barche cervesi. Rimanevamo, insomma, noi piccole barche di Cervia, ed io cominciai a temere di non aver fatto un buon affare ma ormai le chele del granchio mi avevano attanagliato e non c'era più nulla da fare. Fu giocoforza continuare a fare il pescatore per altri lunghi anni, fino al periodo della seconda guerra mondiale.
Si era nel 1944, erano passati diversi anni di conflitto mondiale, correva voce che gli Alleati avessero fatto sbarco in Sicilia, poi ancora ad Anzio. Roma era già stata occupata e grossi problemi politici sconvolgevano la nazione. Mio.padre ed io si continuava il lavoro della pesca, come se nulla fosse accaduto salvo alcune limitazioni. Il mio paese era occupato dalle forze tedesche e alcune grosse barche non avevano più il permesso di uscire dal porto. Ciò era consentito solo alle piccole imbarcazioni da pesca e soltanto nel periodo della giornata. A guardia del.porto, i tedeschi avevano piazzato due grosse mitragliatrici ai lati e nessuno aveva in animo di contraddire le loro decisioni. Mio padre era insofferente, perchè solo nelle ore notturne è possibile pescare il pesce più prelibato e costoso, cioè le sogliole, finchè un giorno mi prospettò che saremmo andati a pescare lo stesso nelle ore notturne. Io, sempre più incosciente che coraggioso diedi l'assenso.
Dopo mezzanotte tentammo l'avventura. Il cielo era sereno e stellato. Senza alzata di vele, aiutati da una leggera brezza di ponentino raggiungemmo l'ingresso del.porto. il vento, soffiando sull'albero e le sartie ci spinse fuori. Mentre il natante si allontanava, trattenevamo il fiato. Raggiunta una discreta lontananza dalla riva, alzammo le vele e iniziammo a calare le reti.
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Erano mesi che avevamo dimenticato la gioia che si prova quando, dopo aver tirato su la rete al buio e sciolto la sacca, grosse sogliole saltellano sulla tolda della barca. Era come musica. Venne il giorno, ci mescolammo ad altri natanti nella mattinata e verso sera rientrammo con una grossa pescata. Io stesso.portai il.pescato al mercato del.pesce e mi gustai la sorpresa degli altri pescatori nel vedere le grosse sogliole, subito accaparrate dai pescivendoli. Mi sentivo.prode e tornai a casa con i soldi di una buona giornata di guadagno.
La notte successiva tornammo nuovamente a tentare la fortuna. Sempre col cuore che batteva forte, sfilammo fuori dal porto senza inconvenienti e raggiungemmo.il largo. Consapevole di essere fuori portata, mi accinsi ad alzare le vele. Cominciai dal trinchetto, la vela piccola di prua. Mentre la stavo issando, vidi lampi di fuoco provenire da terra e sentii gli scrosci di pallottole delle mitraglie tedesche sibilare sopra le nostre teste. Prontamente mi buttai sul fondo della barca. Dopo poco le armi da guerra tacquero, cominciai a tastarmi il corpo e mi tranquillizzai. Poi subito chiamai a voce bassa mio.padre che avevo sentito stendersi sul paiolo della poppa. Non mi rispose, lo chiamai ancora e non sentii alcun rumore. Cominciai a temere xhe l'avessero colpito. Strisciando, andai fino alla poppa e raggiunsi il suo corpo; lo scossi chiamandolo ancora e dopo.un po' mi rispose dicendomi di tacere. Fui subitamente furente e fu la prima volta che mi arrabbiai ed inveii contro di lui, mi aveva fatto temere per la sua vita. Poi capii che stavolta il lupo di marw aveva preso una grossa fifa. Calamno le reti e pescamno nuovamente bellissime sogliole, che però furono le ultime che pescai per il resto della mia vita
Intanto il fronte della guerra si avvicinava e non fu più permesso di uscire dal nostro porticciolo. Così la nostra comunità di pescatori pensò di arrangiarsi in altro modo, cioè rubando il sale dai grossi magazzini e rivendendolo ai contadini coi quali, il.più delle vokte, si barattava la merce: loro ci davano farina, insaccati di maiale, grasso e perfino olio; insomma era un'altra maniera di sbarcar il lunario. |
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Una mattina dei primi di luglio del 1944 ricevemmo una funesta sorpresa dal cielo, che cambiò totalmente la mia vita. Io e un mio amico, un certo " Carlin dla Filoma" avevamo trafugato una buona quantità di sale e lo stavamo.pesando.per portarlo ai clienti. Eravamo.in un capanno del cortile di casa mia, quando udimmo un assordante rumore di aerei ed il sibilo di proiettili che sfrecciavano nell'aria. Precipitosamente ci infilammo nel sottoscala della casa, , dove trovai mia madre ed altri della famiglia. Ad un tratto ci fu un grosso scossone e tantissima polvere che ci impediva di respirare. Uscimmo tutti a tentoni ed io mi diressi verso il cortile. Ad un tratto mi trovai in una grossa buca calda ed uno strano fetore stava per togliermi definitivemte il respiro. Annaspai e con fatica riuscii ad uscirne. Sempre d'istinto raggiunsi la rete dell'orto dei Ghetti, dove precedentemente avevamo costruito un rifugio di fortuna. Dopo un po' gli aerei non si sentivano.più, ed io venni fuori dal rifugio. Intanto il.polverone si era affievolito e guardai verso la casa che non c'era più. La bomba che aveva prodotto l'ampio buco in cui io ero cascato aveva polverizzato la mia casa e quella dei nostri vicini. Sotto le macerie ci rimase la mia povera sorellina e grande fu il dolore di.mia madre per la perdita della sua unica figliola.
Io e la mia famiglia, dopo alterne vicende, fummo sfollati alla Bassona, ora Casa delle Guardie forestali. Assieme ad altre famiglie ci sistemammo nella stalla tanto ai buoi non serviva più, essendo stati digeriti da tempo. Poi ci facemmo una buca a mo' di rifugio sul ciglio della sponda del canalino di Milano Marittima.
Eravamo.intanto in agosto e tiravamo a campare alla meglio. L'azienda Bassona aveva grandi frutteti e noi aiutavamo i contadini nei lavori, così potevamo mangiare frutta a volontà. A quei tempi erano frequenti le incursioni aeree che tentavano senza successo di centrare il.ponte sul fiume Savio.
Quando partivano in picchiata erano.proprio sopta le nostre teste. All'inizio eravamo timorosi, poi ci facemmo l'abitudine, anzi si scommetteva se avessero o meno centrato l'obiettivo, tanto che nacque il detto che l'unico posto sicuro era sotto il.ponte del Savio. |
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Io ero un civile e non avevo obblighi di militare, però c'erano state diverse vittime, così che aiutai a portare i ranci fino ai margini del conflitto vero e proprio.
Dopo alcuni mesi di fatiche e pericoli, venimmo dislocati a sud di Pontelagoscuro.
Anche in questa zona ferrarese ci furono difficoltà, ma le truppe tedesche avevano il fiato grosso e così dopo erigere e togliere tendopoli, si arrivò nelle vicinanze di Pordenone. Non si possono dimenticare le sensazioni che si provano quando si riceve la notizia della fine di un conflitto così disastroso come la seconda guerra mondiale.
Era una mattina di primavera , con gli alberi tutti in fiore, quando udimmo le campane delle chiese di Pordenone, così che finì la mia avventura in guerra. Poi il ritorno a casa.
Il ritorno al paese fu una sorpresa, i colori degli indumenti che portavano gli abitanti erano cambiati: prima tutti neri, ora tutti rossi. Io sentivo che in qualche modo mi ero guadagnato la libertà di pensiero, ma constatavo che avevo fatto ben poco al confronto di tutti i partigiani che scorrazzavano per il paese.
Dopo qualche giorno di relax e dolce far niente, decisi che non avrei fatto più il pescatore e avrei cercato qualche lavoro sulla terra ferma.
Stentavo a dirlo a mio padre, il quale era impaziente che io ritornassi con lui alla pesca.
Quando gli comunicai la mia decisione, fu come se gli avessi dato una pugnalata al cuore. Come sua abitudine non disse una parola, però senz'altro l'avevo ferito dentro e quando di notte lo sentivo alzarsi per andare a pescare, mi intristivo.
Un giorni, mentre andavo a zonzo per le strade di Milano Marittima, fui affiancato da una macchina di lusso con una famigliola dentro.
Mi chiesero se conoscessi qualche villetta da affittare e alla mia risposta affermativa mi chiesero se li avessi accompagnati.
Dopo avergli fatto visitare alcuni alloggi, si concluse l'affare ed io mi trovai a guadagnare un discreto gruzzolo. Mi procurai una bici e appena vedevo una macchina con targa forestiera l'abbordavo ed era facile come bere l'acqua alla fontana. Avevo trovato un lavoro, guadagnando senza dover sentirmi addosso il puzzo del pesce. |
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L'estate venne subito ed io fui tranquillizzato riguardo al lavoro di mio padre. Solitamente le piccole barche smettono la pesca perchè non c'è pesce nelle vicinanze della costa e bisogna pescare al largo e c'è lavoro solo per i grossi natanti. Alcuni pescatori si improvvisano per lavori estivi nel campo turistico, quali bagnini, altri attrezzano la piccola barca per portare in gita i bagnanti. Io, esaurita l'affittanza delle villette, mi trovai senza molto da fare e cominciai a preoccuparmi perchè l'autunno e l'inverno nella mia cittadina sono molto lunghi.
Non passò molto tempo che dovetti fare il servizio militare di leva. Essendo iscritto nei libri di marittimo venni assegnato alla Marina Militare. A quei tempi la naia era di 28 mesi. Fortunatamente avevo la patente di guida e fui assegnato a svolgere il lavoro sulla terraferma.
Inizialmente fui inviato al sud, più precisamente S.Vito in provincia di Taranto, dove feci un po' di scuola e si formò un gruppo autocarrato radar. Eravamo una ventina di automezzi, col compito di vagliare tutta la zona di mare che andava da sud di Santa Maria di Leuca fino all'estremo nord dell'Adriatico.
I primi rilevamenti li facemno nella marina di Navaglie, poi a Nola di Bari, ancora a mare di Roseto degli Abruzzi e a Numana nell'anconetano. Sostammo nella mia zona sulla spiaggia di Cervia poi per l'ultimo rilevamento, sul lido di Jesolo. Gli ultimi mesi di militare li trascorsi a Malcontenta, in provincia di Venezia. Poi il ritorno a casa.
Trovai il mio paese che progrediva, si costruivano nuove villette e alberghi, però l'autunno era molto triste così che decisi di.partire a tentare la fortuna in Australia. |
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Il cielo era blu azzurro, i miei occhi lo scrutavano. Stavo supino sopra un tappeto verde di erba australiana chiamata snowgrass, perfettamente felice, senza ombra di pensieri e preoccupazioni. Provavo una sensazione sana con il fresco tepore dell'erba sotto di me. Ero estasiato da un senso di bellezza, quando alzandomi mi accorsi di essere dentro un altissimo muro che mi circondava. Mi accorsi di non ricordare nulla: chi ero? dove ero? Cosa facevo lì?
Mi ero appena svegliato e provai una strana sensazione di vergogna: come potevo non ricordarmi dov'ero? Mi alzai, scorsi altri a girovagare vestiti come me; maglietta, pantaloncini corti, ciabattine ed un numero. Guardai: pure la.mia aveva un numero.
Venne il tempo del pranzo, consumai il tutto senza dire una parola, ero stranamente preoccupato di questa situazione
Mi avviai verso quella che doveva essere la mia dimora: un enorme camerone composto fa una ventina di letti piuttosto in disordine, in fondo al quale c'erano quattro poricine e quattro pareti vuote e sporche. Il pavimento in parquet era coperto da chiazze di sputi misti a terra rossa, la classica terra rossa australiana.
Mi sentii a disagio e schifato. Pensai subito che avrei provveduto alla pulizia del pavimento, Nei giorni successivi mi dedicai con buona lena alla pulizia del pavimento, chiesi il necessario e il terzo giorno l'avevo.pulito dalle incrostazioni ed era lucidissimo.
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Lo scarsissimo dialogo fra i soggiornanti c'era solo quando qualcuno faceva casino e veniva mandato in isolamento in una delle quattro celle che erano in fondo al camerone. Un mio vicino di letto che chiamavamo Mac Namara mi chiamò George venni a sapere che era ospite perchè si interessava di politica. Allora mi chiamavo Giorgio. " George, ispezione" mi disse. Vennero alcuni con camice bianco fiammante, era molto strano visto il sudiciume che avevamo addosso. L'uomo che sembrava il capo disse " Chi ha pulito il.pavimento?" Mac Namara rispose " George ". Si avvicinarono tutti e il capo mi chiese " Perchè sei qui, George ? "
" Ho strozzato una donna " risposi. Non so perchè dissi così, ma era la prima cosa che mi venne in mente. Gli infermieri mi guardarono, sorrisero della mia risposta e si avviarono tutti all'uscita.
I giorni passavano e io ero preoccupato, solo che non ricordavo nulla e mi vergognavo a chiedere qualcosa di me.
C'era una sala con un biliardo, mi accorsi che mi era familiare. Bill mi chiese di fare una partita. Bill era uno a cui piaceva appropriarsi di biciclette, ne aveva rubate un centinaio, le vendeva poi andava a giocare ai cavalli. A biliardo lo battei, ero abbastanza bravo, sentivo che non mi era difficile giocare, anzi ero molto a mio agio. Bill, incazzato disse che domenica andava a ballare e io no. Ballare? Come poteva! Eravamo nel secondo settore ed eravamo tutti chiusi dentro a quell'enorme muro. Venni a sapere che se si chiedeva di andare a Messa, dopo la funzione si ballava e c'erano anche le ragazze. Mi misi subito in lista. Venne la domenica e mi trovai con altri ad attraversare una porticina di ferro che ci permetteva di entrare nel primo settore.
Il primo settore era l'anticamera della libertà.
Ne avevo sentito parlare: si lavorava e si avevano contatti marginali con l'esterno. |
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Il sermone era piacevole; un misto di parole e canti. Passò in fretta, quindi si passò al ballo,
Tolto il baldacchino che era servito al prete per dire la Messa, la stanza diventò un enorme camerone, sempre in parquet, e cominciò quello che doveva essere il ballo. Ognuno singolarmente si lanciava alla rincorsa, si finiva col fare lunghi striscioni e si doveva rimanere in piedi. Io mi deliziavo a guardare, perchè ogni tanto qualcuno ruzzalava in terra con conseguenti risate degli altri. Passò la domenica felice e si ritornò di nuovo a passare il cancelletto fino al settore due. Il lunedì successivo venni informato xhe dovevo recarmi a un colloquio. Cominciai ad aver paura: avevo imparato che quando sei chiamato sono guai. Fui introdotto in una vera chiesetta buia ed alquanro funerea, mi venne incontro un prete tutto nero, che ci stava bene in tutto quel buio. Mi spiegò con cipiglio accigliato che mi chiamavo Giorgio Tiozzi, che ero italiano e che non dovevo dimenticare di essere cattolico, perciò alla domenica non sarei dovuto andare nell'altra chiesa, bensì in questa, la sua. Poi mi sorrise e mi disse che se avessi accettato avrei avuto una piacevole ricompensa. Avevo imparato che non si doveva disubbidire perchè c'erano sempre quelle quattro porticine nel camerone e quando ci si entrava non c'era certo da stare allegri.
La domenica seguente mi recai nella chiesetta. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di passare quel cancelletto, pur di allontanarmi almeno per un po' dal terrore di quel camerone. che pur avevo in qualche modo curato con la pulizia del pavimento. L'interno della chiesetta non era particolarmente affollato: nolti, molti meno di quelli che c'erano la domenica precedente. Fu una domenica un po' triste ed al ritorno dovetti accorgermi che mi era mancato il divertimento.
La mattina dopo venni prelevato con i miei miseri indumenti e con mia grande sorpresa ripassai il cancelletto. Ero stato trasferito nel settore uno. la ricompensa.!. Benedissi in cuor mio quel prete. La mia nuova sistemazione nel settore uno fu alquanto soddisfacente. Mi unii ad un gruppetto di ragazzi, i quali avevano il compito di uscire nella città di Perh per esguire lavori nelle case di vedove di guerra, come gardebing, tagliare legna ecc., naturalmente sempre sorvegliati da funzionari della casa di cura. Anche all'interno ero spesso chiamato a fare traduzioni per ospiti degenti i quali avevano subito la mia steaa avventura, e cioè " andare giù di testa ", così che mi tornarono i ricordi passati in detto istituto. |
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La casa aveva divetsi reparti e mano a mano che si migliorava si andava a ritroso fino a raggiungere il settore uno. Mi ricordai del settore nel quale si facevano i " trattamenti " di mattina. Quando eri invitato a bere soltanto una " cup of tea " al posto della colazione, voleva dire che avresti avutol'elettroshock ed era come andare alla sedia elettrica, anche se non si capiva bene cosa fosse. Quando eri chiamato , l'orifizio del sedere faceva strani sentori. Questi trattamenti mi vennero somministrati per diverse settimane, fino ad arrivare al punto di non ricordare più nulla
. Anche se si dice che i matti non capiscono nulla, quando ti fanno sdraiare in un lettino e ti mettono filo elettrici nella testa, non è divertente. Avevo il compito di assistere i miei connazionali ai quali veniva fatto il trattamento e di tradurre ciò che dicevano durante i sogni del loro sonno obbligato.
L'idea di fuggire me la fece venire un figuro che disturbava con dispetti durante le colazioni, un uomo grasso e untuoso che era la disperazione di tutti quelli a cui si sedeva vicino. Rovesciava il the sulle ginocchia alle sue vittime e si metteva a ridere. Siccome si rischiava di prenderle si doveva subire. Quando toccò a me, la prima volta subii perchè avevo.paura di tornare nei settori precedenti, poi mi venne l'idea di fuggire e non subii senza restarmene inerte. Un giorno mi mise la tazza del the nel piatto del porrigge, presi tranquillamente la tazza, la rimisi nel tavolo, e mentre lui rideva gli rovesciai il piatto del porrigge sulla testa. Io temevo la sua reazione ma non venne. Capii che era un vile e me ne rallegrai. L'idea di fuggire ormai era entrata nella mia testa, sebbene non molto sana, e non se ne andò. Cominciai così a valutare le varie possibilità. Scavalcare il muro era impossibile, corde in circolazione non ce n'erano, essendo troppo pericolose per quelli a cui sarebbe piaciuto farne cravatte e appendersi come panni al sole. No, quella possibilità non esisteva. Nel portone da cui uscivamo per recarci in città a fare i lavori c'era sempre una guardia, quindi niente da fare.
Un giorno, mentre si era in cortile vidi che il furgone con il quale solitamente andavamo in città stava uscendo dal portone, forse per recarsi a fare qualche spesa utile. Valutai che il guidatore scendeva, apriva il portone, usciva e immediatamente chiudeva l'ingresso. Capii che si poteva fare. Intanto che si accingeva ad aprire, io sarei saltato dentro il cassonetto dalla parte opposta all'uscita dell'uomo, quindi nell'operazione successiva avrei fatto l'opposto e sarei saltato giù.
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Passavano i giorni ed io ero sempre in agguato. Finchè un giorno che quasi mi ero rassegnato all'idea che non mi sarebbe capitata l'occasione, vidi l'infermiere autista mettere in moto il furgone. Facendo finta di bighellonare vicino al cancello, il cuore batteva che sembrava che volesse uscire dal mio petto. il mezzo si fermò, l'uomo non sembrò interessato a me, un salto ed ero dentro. Mi distesi nella parte inferiore in modo che non mi vedesse dallo specchietto retrovisore. Nell'operazione successiva saltai giù, fu tutto molto facile. Ero fuori, mi sentii un prode. La strada che dall'istituto porta alla città era piuttosto lunga. Non l'avevo valutata quando si andava per lavori, però a piedi mi accorsi che doveva essere circa 7-8 chilometri.
Non so se me ne importava, avrei scalato una montagna, tanto ero determinato. Durante il tragitto nessuno sembrò interessato a me e quindi raggiunsi la città di Perth.
Cominciai a informarmi dove avessi potuto trovare un employment office. Non avevo memoria, però tutto quello che facevo mi sembrava familiare, forse nel mio precedente peregrinare ero solito fare ciò. Trovai l'ufficio, entrai deciso, raggiunsi lo sportellino e chiesi all'impiegato se c'era qualcosa da fare per me.
L'uomo mi guardò stupito, perchè aveva visto il numero sulla mia maglietta. Pensò un poco poi mi disse che c'era un vagone pieno di verghe di ferro da scaricare. Mi chiese se ero interessato, risposi " Sicuramente ! " Nel darmi l'indirizzo, mi disse che non avrei dovuto ritornare a chiedergli altre cose, perchè sarebbe stato obbligato a telefonare alla polizia.
Raggiunsi il posto di lavoro, eravamo in molti, meno male, perchè il lavoro fu durissimo
Alla fine le gambe non mi sostenevano più. Mi diedero tre sterline. Quel denaro nelle mie mani fu una cosa bellissima. Prima cosa: mangiare
avevo le gambe e lo stomaco che mi facevano male, mi diressi in una steack house, ordinai carne, uova, patatine ed un bicchiere di birra. Ero all'apice della felicità
Quanto tempo era che non mangiavo così! In più nessuno era interessato a me.
La buona sorte finì quando mi accorsi che si era fatto buio ed avrei dovuto trovare da dormire. |
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Mi recai in uno di quei dormitori per barboni. Durante la lunga notte insonne, anche se ero stanco in mezzo a quei cattivi odori e rumori, mi ricordai della mia infanzia e da dove venivo. Venivo da Cervia, cittadina della costa adriatica, dove mio padre esercitava il mestiere di pescatore. Anch'io dieci anni, fino a diciassette andavo a pescare con lui su di una piccola barca. Poi la guerra aveva interrotto questo mio lavoro e dopo anni difficili ero emigrato con alcuni amici in Australia. Perth era stato il mio primo attracco in questa immensa nazione.
I ricordi lontani cominciavano a disturbare il mio stato confuso. Mi vennero in mente i discorsi degli infermieri secondo cui la legge australiana riconosce sano di mente qualcuno che riesce a fuggire e per sei mesi non fa parlare di sè, magari inoltrandosi nelle foresre e nascondendosi agli occhi di tutti
Non sapevo cosa avevo fatto per essere in quell'ospedale, nè quanto avrei dovuto restarci, però avrei potuto scrivere alla mia famiglia, la quale era sicuramente in pensiero per me.
Non mandavo notizie da diverso tempo e non avrei potuto mandarne ancora per sei mesi. No, non me la sentivo di rischiare e decisi di ritornare a ciò che sentivo essere il male minore. Verso l'alba mi addormentai, ma durò poco, perchè venne un figuro che ci spinse tutti fuori casa. Mi avviai verso la stazione degli autobus ed entrai in uno che andava a Claremont . Il controllore, una ragazza caruna, mi fece il boglietto; dissi che avrei dovuto scendere a Claremonr. Il bus faceva Perh Claremont- Freemantle e Claremont era circa a metà strada. Rimase sorpresa e quasi stizzita, mi chiese perchè non andavo nel Bush. Le dissi che era necessario che fossi ritornato dentro. Rimasi seduto a rimirare il.paesaggio piuttosto brullo finchè udii il porto di Fremantle. Capii che quella ragazza mi spingeva a non tornare all'istituto e mi avventai a rimproverarla: dovevo andare dentro! Si intromise l'autista, promettendomi che al ritorno avrebbe fatto tappa a Claremont.
Quando mi presentai alla porticina d'ingresso mi sentivo baldanzoso.
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Mi passò subito.
Du infermieri mi misero la classica camicia e mi riportarono di nuovo nel settore due. Il ritorno nel settore due fu un avvenimento, ero considerato come un eroe. Naturalmwnte certe notizie , come la fuga di un prigioniero, erano sempre accolte come una festa. Poi, quando non sei preso ma addirittura ti ripresenti spontaneamente, diventi qualche cosa di eccitante. Il più felice di tutti fu Mac Namara, il quale mi disse che gli ero mancato molto, anche a me era mancato. Non ricordavo nulla quando mi trovavo con lui, il quale gradiva molto la mia compagnia, perchè sapevo ascoltarlo. Mi raccontava dei suoi trascorsi politici, però non ho mai capito bene di quale parte fosse, certo era per l'indipendenza dalla corona britannica e sosteneva che la politica del governo di selezionare al millesimo i nuovi australiani era sbagliato. Parlava inoltre dei bastimenti pieni di uomini che attraccavano giornalmente sul porto di Melbourne. Sarebbe stato necessario far venire nuclei famigliari, allora le radici dei nuovi venuti avrebbero attecchito e non creare dei marasmi nei cervelli con il risultato che il 90 % dei venuti sarebbero ritornati nelle loro terre d'origine.
Io intanto cominciavo a ricordare l'inizio della mia avventura. Ricordavo lo squallido periodo antecedente il mio imbarco a Genova, la lunghissima traversata con la motonave " Napoli " della flotta Laurio, l'interminabile viaggio di quaranta giorni sul mare, fortunaramente sempre calmo, ma noioso all'inverosimile ad eccezione dell'attraversamento del canale di Suez con le sue rive rosso fuoco. Prima tappa, dopo quella africana Ceylon e prima fregatura.
Appena la nave getta l'ancora, fiumi di canoe l'accerchiano con la complicità di marinai che gettano le funi, una moltitudine di indiani che assomigliano tanto a pirati all'abbordaggio si arrampicano sui bordi della nave. Da loro ho comprato qualcosa di simile a brillanti, assottigliando di molto il mio borsellino. Mi fecero credere che con questo piccolo tesoro avrei centuplicato la somma. Ricordo che in tutte le gioiellerie che visitavo la risposta era sempre un secco, "no ", senza nemmeno che mi spiegassero che ero stato un tordo.
Finamente la nave attraccò sui moli di Perth, e con la mia comitiva si partì alla conquista dell'Australia. Tanto era la nostra foga, che pensavamo di non essere emigranti, ma di essere venuti a colonizzare questa terra: invece eravamo semplicemente degli illusi e con il tempo ci ravvedemmo di ciò. |
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La motonave approdò successivamente nel porto di Melbourne e fummo incamminati in un baraccamento chiamato Bonegilla. Io comincia allora a ricordare il tempo di guerra nel mio paese, quando ero aggregato con lo staff ingeneering sudafricano, con il quale ero stato fino alla fine del conflitto. Stando in una baraccopoli mi sembrò di ritornare a quei tempi. Sistemati nella baraccopoli di Bonegilla, in attesa di una destinazione di lavoro, di Cervia eravamo sei. Primo Guglielmo l'autista venne inviato a Townsville , per poi essere destinato alle dipendenze del municipio di Giulia Orik alle funzioni di autista per lavori sul circondario del Queensland, al lavoro della canna da zucchero; Giorgio il muratore andò fino allo svincolo di Wosley, nel Sud Australia, per poi finire a Keith, dove rimase per tutto il tempo della sua permanenza. Enzo il bagnino, Alfredo il suonatore di tromba ed io fummo inviati al 416 miglia delle linee ferroviarie Adelaide- Darwin che coprivano un percorso di 2230 miglia. Noi dovevamo coprire, con funzioni di manutenzione, una cinquantina di chilometri, con il compito di sorvegliare, garantire il buon fumzionamento del tratto e sostituire eventuali traverse di legno, quelle di cui animaletti come serpenti e scorpioni si nutrivano e in cui favevano il.proprio nido, poichè la zona è eccezionalmente desertica, questo legno era il loro unico mezzo di sostentamento e di rifugio. |
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La tendopoli era per una decina di persone ed io Enzo ed Alfredo ne facevamo parte. Enzo ed Alfredoo furono sistemati insieme in una tenda ed io, siccome masticavo un po' d'inglese, fui collocato insieme ad un operaio australiano
Il mio periodo a 416 miglia fu relativamente tranquillo. Il lavoro non era asfissiante; si andava con il carrello su e giù per la ferrovia a controllare eventuali deficienze ed ogni tanto c'era la preoccupazione di quando sostituivamo le traverse di legno, perchè solitamente c'erano visitatori piuttosto imbizzarriti a cui disturbavamo il quieto vivere: scorpioni che si gonfiavano a mo' di molla e serpenti agitatissimi. Noi, consci del pericolo, calzavamo stivaloni di cuoio coi quali potevamo difenderci prevenendo la loro pericolosità. Il clima infuocato della giornata e la temperatura opposta, cioè fredda, della notte non giovava certo al nostro sistema nervoso. Nella tendopoli intanto si viveva tra di noi in continui dissidi. Io, Fred ed Enzo, eravamo in amicizia, ma c'era un figuro, italiano pure lui, che eccelleva in prepotenza, il classico tipo che pensava di non aver paura di nessuno. , che nei necassari lavori casalinghi non muoveva un dito. Quest'uomo non faceva niente e ci sfruttava deliberatamente.
Un giorno passò il limite, lo affrontai e gli piegai il naso con un pugno, tanto che, piangendo e sanguinando andò dal capo a fare le sue rimostranze, io non me ne curai molto, tanto peggio di così non poteva andare, in mezzo al deserto australiano, a più di 600 chilometri dalla prima stazione e per di più senza un'ombra femminile, un'altra grossa disputa la ebbi con un altro figuro.
I treni viaggiatori passavano giornalmente , naturalmente senza fermarsi. Un giorno, a un passaggio, dal finestrino di un vagone si sporse una graziosa ragazza e fece un cenno di saluto. Io e questa persona venimmo alle mani per disputarci il saluto e alla fine della scazzottatura ci vergognammo entrambi.
Il venerdì era festa perchè fermava il " Sugar Train " per il vettovagliamento settimanale, ed era motivo di gioia perchè era l'unico contatto con il mondo civile; una volta ripartito era mestizia per tutti.
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Erano passati poco poù di tre mesi di lavoro al 416, quando un'infezione intestinale mi obbligò a recarmi in ospedale a Port Augusta. Dopo un breve periodo di degenza fui dimesso. Mi prefissi di non tornare più laggiù nel deserto, perchè non me la sentivo di rischiare eventuali malattie, che se fossero state urgenti non ci sarebbe stato modo di intervenire con rapidità.
Così decisi di occuparmi personalmente della mia situazione lavorativa. Da Port Augusta mi recai a Port Linxoln, punta avanzata sulla Spencer Gulf, a diretto contatto con l'oceano Pacifico. Port Lincoln era l'oasi ideale per gente appena uscita dal deserto, una cittadina incantevole sulla costa del mare, era deliziosa e gli abitanti molto cordiali e spesso.indaffarati, dato che c'era un porto commerciale di prodotti della terra.
Presi alloggio in un ostello prospiciente al mare e pensai di prendermi una breve vacanza per ritemprare il mio corpo e il mio spirito. Il grande mare e la cittadina chiassosa, come del resto tutti i porti commerciali, ispirò i ricordi della mia infanzia.
A dieci anni non volli più frequentare la scuola per recarmi a pescare con la barca di mio padre. Mia madre era contraria - il mestiere del pescatore non era molto bello, a sentire lei - mentre mio padre ne gioì parecchio, un aiuto e una compagnia era quello che ci voleva per lui.
Con il passare del tempo mi accorsi che non era solo divertente e cominciai a pentirmi un po' della mia decisione di voler fare il pescatore, ma era troppo tardi per pensarci. Uno dei nostri detti diceva: quando ti prende il granchio difficilmante ti molla.
.Mia madre, cuoca di prestigio, era alle dipendenze di Rino Alessi, uomo molto colto e romanziere di successo ed amico di Benito Mussolini, allora primo gerarca d'Italia, il quale veniva spesso ospitato nella sua grande villa sulla promenade di Cervia. Mio padre aveva, sempre dalla famiglia Alessi il compito di custodire una barca da diporto molto veloce, tipo Star, ed io la adoperavo per portarla dalla spiaggia al porticciolo. Quelli d'estate sono stati i tempi più felici della mia adolescenza. |
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Con la guerra, le bombe cadute sulla mia casa e la morte di una mia sorellina, s'interruppe un periodo alquanto felice della mia vita. Unitamente ai miei genitori e ad altri due fratelli fummo obbligati ad alloggiare in una casa nella vicina Milano Marittima. La guerra nel nostro paese finì nell'autunno del 1944 e dopo i tedeschi fummo invasi dall'ottava armata, gli alleati che ci liberarono con grande gioia e si tornava alla libertà. Non passò molto tempo che fui chiamato a svolgere il servizio di leva obbligatorio. Finita la naia tornai a casa. Il girovagare per me era diventato motivo di vita, feci quindi domanda di recarmi in Australia, ed ora eccomi qui a Port Lincoln.
Avevo trascurato il fatto che le mie finanze si erano assottigliate di molto e pensai che dovevo cercare in fretta un lavoro, sltrimenti non avrei avuto di che mangiare. Port Lincoln non faceva per me e mi trasferii a Port Pirie.
Gli ultimi soldi furono spesi per un letto, ma per il resto non rimase quasi niente. Mi sovvengono i ricordi di una vetrina di un negozio del centro, con.piatti di pesce cotto in esposizione. Entrai, ma i pochi spiccioli non servirono a comprare alcunchè, quindi cominciai a digiunare. La mattina seguente trovai da fare alcune giornate di lavoro, poi partii di nuovo e raggiunsi Whyalla. Il mio nuovo la voro fu quello di manovale presso una ditta di muratori e lavorai fino a che la costruzione ebbe fine.
Avevo raggranellato un buon gruzzolo e feci il grande salto fino ad Adelaide. La piana di Adelaide si affaccia sulla riva orientale del golfo di San Vincenzo ed è stata ideata a pianta quadrata con una caratteristica rara a trovarsi. La mia prima impressoone che mi diede fu quella di una città molto.pulita e ordinata.
La cosa poù difficile in Australia e penso dappertutto nel mondo è avere un tetto sicuro sopra la testa: trovare da alloggiare bene per poco è estremamente difficile. Mi ero vestito decentemente con un abito fresco, di buona taglia e cominciai a bussare alle porte del centro abitato . |
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Trovai alloggio in una via circondaria di Victoria Square, in una casa di Mill Street. La prproprietaria, la signora Fay, dopo che mi ebbe scrutato dalla testa ai piedi, mi fece entrarw. Coabitavo con un polacco in una cameretta con due letti. Il mio compagno di stanza era una persona dignitosa, che sperava di entrare nelle grazie di Missis Fay, vedova con due bambini, senza troppa fortuna.
Nel precedente lavoro avevo guadagnato una discreta somma, che mi.permise in tranquillità di cercarmi un lavoro mwno duro di quello di manovale muratore. Disteso e tranquillo, cominciai intanto a frequentare la vita cittadina australiana alla pari con gli abitanti del posto, Il mio inglese era migliorato di molto, al punto che non sembravo neanche un italiano. Fu così che un giorno, passeggiando per il centro commerciale fui attratto dalla vetrina del più grosso supermercato della città. All'interno erano esposte reti da tennis. Ricordavo xhe al mio paese c'erano solo due di questi campi.
L'Australia a quei tempi era molto considerata in quello sport
Nel mio passato di pescatore avevo imparato a fare le reti e quindi sarebbe stato facile costruirle. Decisi di prendere informazioni circa la possibilità di poterle eventualmente vendere. Entrai nel supermercato e chiesi di poter parlare cin qualche responsabile commerciale. Fui introdotto in un ufficio. Un uomo molto cortese mi chiese di cosa avessi bisogno: risposi che avevo la possibilità di costruire reti da tennis e chiesi se c'era la possibilità di vendergiiele. Rispose di sì, naturalmente se il.prezzo era accessibile e le reti fatte in modo perfetto.
Galvanizzato, cominciai a fare i conti di quantoi sarwbbe costato. Avevo bisogno della corda, del catrame e naturalmwntw di un ago di legno xhe mi sarei fatto da solo
Informai la signora Fay che avrei usato il cortile nel retro dell'abitato, se mi fosse stato possibile. I nostri rapporti erano diventati molto rispettosi e quindi, fatte le opportune spese, iniziai a lavorare con buona lwna.
Dovendo frequentare il supermercato mi capitò di conoscere una commessaa molto carina..... |
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Dovendo frequentare il supermercato, mi capitò di conoscere una commessa molto carina, la quale non disdegnava di essere corteggiata, quindi arrischiai di chiederle di uscire con me una sera a mangiare il gelato.
Poichè normalmente sbarcavano sui porti australiani navi piene di soli uomini in cerca di lavoro e fortuna vi era un'esuberante folla di uomini e pochissime australiane di sesso femminile. Di conseguenza noi emigranti non eravamo sicuramente considerati buoni partiti.
La sentii rispondere che avrebbe accettato, ma solo per poco tempo. Da parte mia fu una sorpresa immensa avere un appuntamento anche solo per pochi minuti. Considerai che dovevo esserle in simpatia e giunse il giorno dell'appuntamento.
Le serate australiane sono sempre molto belle.
Dopo il caldo afoso della giornata, il fresco sopraggiunge e per me era una serata idilliaca.
La portai a passeggiare sulle rive dello Swan Lake, però vedevo che preferiva luoghi appartati, finalmente mi disse che era sposata con due bambini e che aveva molti problemi con il consorte. Durante una tournèe in America , diceva , si era innamorata di un americano e sposandolo si erano stabiliti in Adelaide; il loro matrimonio stava ora naufragando a causa essenzialmente dell'incomprensione di due diverse cultute. Il marito, fra l'altro, si faceva mantenere non essendo capace di convivere con la comunità australiana. Capii quanto fosse utile che lei desse sfogo ai suoi problemi e la ascoltai interessato. Quando si calmò rimanemmo in silenzio.
Il laghetto tranquillo specchiava le luci in lontananza, un feeling stava maturando in qualche cosa più di un'amicizia. Le toccai il braccio nudo e l'attirai a me. Non oppose resistenza, anzi aderì, ed i nostri sguardi dicevano molto di più di quello xhe dicevano i noatri corpi. Ad un tratto si distaccò, mi disse che era tardi e doveva rientrare; capii il suo stato d'animo e non feci opposizione: l'accompagnai alla stazione degli autobus e, salutandomi, volle il mio indirizzo.
In quel periodo avevo approntato una decina di reti ben fatte, però dovevo aver sbagliato la soluzione del catrame e le reti stese in cortile non accennavano ad essicarsi. Di notte diventavano dure e di giorno con il sole caldo, colavano catrame sul selciato a disperare ebormemente Missis Fay, la situazione diventava pesante: dovevo pur venderle quelle maledette reti per rinfrescare le mie finanze.
Un pomeriggio.... |
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Un pomeriggio, a darmi immensa gioia, Missis Fay mi informò di una visita femminile; era la signora dello Swan Lake. A quel tempo il polacco si era trasferito ed io avevo tutta la camera a disposizione, anche perchè pagavo doppia pigione. L'accompagnai di sopra nella mia camera, aveva una camicetta attillata al corpo ben fatto, , i seni rigonfi, sorrideva e la sentivo disponibile. Mi disse che era .molto tempo che non si sentiva felice di essere vicino a un uomo, io ero al settimo cielo, avevo dimenticato le reti, il catrame e tutta la stanza era il.paradiso. ci abbracciammo, cominciai a baciarla, intanto la spogliavo, era di un'arrendevolezza meravigliosa. Nuda, un corpo maturo sul letto privo di tutti i suoi veli segret. Cominciai a baciarla dappertutto, i desideri di entrambi venivano appagati. Non finì che a tardi pomeriggio.
Altri giorni che mi veniva a trovare c'era anche il desiderio di crearci un nuovo futuro.e se ne parlava. Pensavamo di fuggite in un altro stato, cioè Singapore. Ne avevo sentito parlare; è un piccolissimo stato a sud della Malesia. Le dissi " È i bambini ?" Rispose che ne aveva parlato con la madre. Io annuivo, però mi sembrava veramente strano che il sentimento umano non considerasse un delitto lasciare casa e figli per un'infatuazione. Quando doveva tornare a casa, andava via sempre più malvolentieru. Diceva" Tutte le volte che ti lascio, mi sembra di lasciarti per sempre "
E così successe. Una sera, tornando a casa, mi corse incontro Missis Fay piuttosto agitata: mi disse che era venuto un uomo con la pistola e che mi cercava affannosamente. Decisi che era venuto il momento di svignarmela, perchè non avrei potuto difendermi con un ago di legno, in più l'Australia è un paese troppo grande, ma forse non era nè l'una nè l'altra cosa: era semplicemente fifa.
Missis Fay intuiva i miei pensieri e benchè le dispiacesse perdere un inquilino ed un amico mi augurò buona fortuna. Rifeci la valigia in fretta. Dissi a missis Fay che, a saldo dei danni subiti col catrame, regalavo.le mie reti invendute.
Giorni addietro ebbi l'occasione di incontrare Giorgio il muratore, era venuto in città per un dente cariato.
Fu un caso abbastanza strano..... |
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